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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana. (cfr. ©).
10/10/2008

Caro Asno,
si dice che la lingua uccide più della spada.
Se è vero, e secondo me lo è, la televisione fa più vittime di qualsiasi bomba. Purtroppo non dispongo di statistiche (anche perché la morte spirituale, a differenza di quella corporale, non è facilmente quantificabile), ma una prova, per quanto strampalata, ce l'avrei.
Chiedo scusa sia a lui che a chi condivide il suo cognome. D'altro canto, nomen omen, un Murdoch è più consequenziale di una Menapace, "duramente contestata - cfr. © - da alcuni settori del movimento pacifista per la sua scelta di votare il rifinanziamento della missione in Afganistan, posizione secondo i contestatori quantomeno incoerente verso i settori dell'opinione pubblica di cui ella diceva di volersi far interprete in campagna elettorale".

Ma'as salama.
Gamma
09/10/2008

Caro Gammal,
nel mio campo dimorano parecchie querce, soprattutto farnie. Sono quelle più longeve, lo sai? Arrivano spesso a superare i mille anni.
Non a caso lì, nel viterbese, c'è il culto della farnia. Forse gli stessi Farnese vi si collegano (come, i druidi, dal greco drùs, cioè "quercia", appunto). E chissà che anche il farnetico non vi risalga?
Vero è che l'etimologia fa discendere farneticare, per metatesi, da un precedente "freneticare" (in greco, phrenetìzein), ma potrebbe non esservi contraddizione. Anche il vischio dei druidi comportava qualche effetto collaterale; ed altrettanto capitava alla sibilla come alla pizia ed allo sciamano come al poeta.
A quest'ultimo riguardo, ti voglio far ripensare ad alcuni tra i versi più enigmaticamente suggestivi di Montale, tratti dall'Elegia di Pico Farnese.

Isole del santuario di Bonaria, viaggi di vascelli sospesi.
S'alza il sudario e numera i giorni e i mesi che restano per finire.
Strade e scale che salgono a piramide, città
di ragnatele di sasso dove s'aprono voragini animate d'occhi di maiali,
archivolti tinti di verderame, indaco che stilla da specchi di salnitro,
grotte dove scalfito luccica il Pesce, che sa
quale altro sogno si perde, pensando tutta la vita in questo sepolcro verde.



Te li ho citati a memoria, sicché non potrei giurare che siano fedelissimi all'originale. D'altro canto, la poesia è sempre un parto collettivo dello scrittore e del lettore, di quello che si fa questo e di questo che si fa quello. A conferma di ciò, mi arrogo il diritto di affermare che Pico Farnese, lungi dall'essere un piccolo comune del frusinate, è uno dei più nobili rappresentanti la famiglia Farnese (già Farneto, da farnia, come Cerreto da cerro).

La Pace sia con te.
Asno
05/10/2008

Caro Asno,
talvolta si stenta a capire che due negazioni affermano.
Bene, prova a dire "non è nulla" tutto d'un fiato, accentando la u. Poi dillo accentando la è, con una piccola pausa prima di nulla.
Nel primo caso, usato per minimizzare (come nel siculo è cos'e niente), il non iniziale è superfluo, "è nulla" e "non è nulla" equivalendosi.
Ma, nel secondo caso, il senso cambia. Non essendo nulla, almeno qualcosa, se non tutto, sarà [ciò di cui si parla]. Stavolta, "è nulla" e "non è nulla" sono opposti.
Quod erat demonstrandum, come dice mio suocero.

Bi salama.
Gammal
02/10/2008

Caro Gammal,
ogni tanto prendo in mano l'Imitazione di Cristo, quest'aureo ed anonimo libriccino, e lo apro a caso, come facevo tempo fa con l'I-king.
La frase che m'è saltata agli occhi è la seguente: "Come uno è di dentro, così giudica di fuori. Chi è puro di cuore è tutto preso dalla gioia, per quanto di gioia può esservi nel mondo. Se invece, da qualche parte, ci sono tribolazioni ed angustie, queste le avverte di più chi ha il cuore perverso".
Bella considerazione.
M'ha fatto pensare che tanti blogger, noi due compresi, non solo sono vittime di questa perversione, ma che, senza volerlo, fanno il gioco dell'Avversario. Instilliamo sospetti, denunciamo (per giunta, non senza vanità) le imposture dei potenti e, in breve, seminiamo panico.
È quanto vuole Satana.
E noi, pensando di smascherarlo, ci facciamo infinocchiare fino al punto in cui, di fatto, ci arroghiamo un diritto che spetta solo all'Unico: giudicare.* A conferma della nostra incompetenza in materia, pensa solo al senso di frustrazione e di inanità che ce ne deriva. Quale giudice autentico (non moderno, cioè) proverebbe questo malessere, dopo aver emesso il proprio verdetto?

* È pur vero che questo diritto spetta anche, per delega, all'autorità sovratemporale e, mediante quest'ultima, al potere temporale (in questo caso, giudiziario). Ma il potere temporale, dall'emblematica autoincoronazione di Napoleone in poi, ha perso questo diritto. E l'autorità sovratemporale, il cui silenzio era d'oro perché manifestato tramite l'argentea parola regale, adesso tace d'un silenzio di piombo.

Abbiamo sbagliato. Facciamo ammenda, allora, e cerchiamo di trovare del bello e del buono anche nella spazzatura che ci circonda, perché, se tutto è puro per i puri, l'impuro che vediamo è proporzionale a quel che siamo. Non è facile (e certamente sbaglieremo ancora), ma non c'è alternativa. I bambini giocano anche con la spazzatura, e gioiscono anche nella spazzatura.

Pace a te.
Asno
30/09/2008

Caro Asno,
non ce la farà mai a volare, dicevamo, la gallina della ragione.


Non avrà mai il cuore-coraggio di bruciarsi, fissando il sole come l'aquila dell'intelletto. Non dico che sia inutile, perché è come una pentola: contiene quel che può capire, lo scalda quanto basta e lo conserva. Anche la luna, come illumina di luce riflessa, può scaldare di calore riflesso. Ma resta umbratile, cerebrale, fredda.
Se lo spirito incenerisce, come l'occhio di Sciva-Marte-fuoco, l'anima lessa, nel migliore dei casi. Nel peggiore, sia pur conservando comunque il cibo, surgela. Lo sai, vero, che il greco psýcos significa "freddo" e che, sempre in greco, "d'inverno" si dice en psykei?
Certo, il cibo ridotto in cenere è inutilizzabile. Perciò la ragione è utile. Il guaio è che tende a farsi utilitaristica, a conservare per sé (come la luna il calore del sole) quel che non è suo. Tende a far calcoli, forse anche renali. Appesantisce.
Non ce la farà mai a volare.

Bi salama.
Gammal
28/09/2008

Caro Gammal,
siamo diventati tutti patopatici, tutti sofferenti, cioè, una patia non meglio identificata, ma per la quale è sempre reperibile in commercio l'antidoto specifico.
Anche quando ti senti bene, non puoi fare a meno di avvertire quell'oscuro malessere, abilmente fomentato dalla pubblicità scientifica (ovvero dalla scienza pubblicitaria), che potremmo definire «patopatofobia».
È qualcosa di più della semplice patofobia ("paura di soffrire"). La patopatofobia è la paura generica e indistinta di patire un patia subdola, ma devastante, celata dietro un innocuo mal di testa.
Mi dirai che è più semplice chiamarla «ipocondria», il che, in buona parte, è vero. La differenza tra il malato immaginario di ieri e quello d'oggi, però, è che il primo veniva sistematicamente smentito dal medico, laddove il secondo si trova nella situazione esattamente contraria. Dove lo trovi più, un medico che abbia il coraggio (o l'onestà, secondo i casi) di fare una diagnosi a vista, vale a dire senza averti fatto girare come una trottola tra un'analisi e l'altra?
Per giunta, dopo essserti fatto rigirare come un guanto, non avrai comunque un responso definitivo. Nel migliore dei casi, ti verrà consigliato di stare all'erta, ripetendo periodicamente dette analisi. In altre parole, come fino ad ieri si reiterava la confessione, oggi si reitera la TAC,* la MOC e mirabilie simili. Anche questa è una religione, non trovi?

* Tempo fa, in autobus, sentivo parlottare due vecchie. L'argomento, lì per lì, sembrava vertere sulla chirurgia estetica ("Chella s'è rifatta 'a 'ntacca e 'a mmocca"), anziché sulle analisi omofone (TAC e MOC). Dato che, per un partenopeo, 'a 'ntacca è la fenditura per antonomasia e, 'a mmocca, la bocca, m'è venuto da ridere, pensando all'orifizio che mancava, per ultimare la trilogia di Carpegna. Chi è costei? Mo' ti spiego. Trattasi di famiglia romana di umili origini, pervenuta alla nobiltà grazie ad un'opportuna politica matrimoniale, laonde il Belli dice, della sposa non abbiente, "che cià solo la dote de Carpegna | e ciovè la bocca, 'r culo e la fregna".

La Pace sia con te.
Asno


P.S. Questo blog sta prendendo una brutta piega.
26/09/2008

Caro Asno,
tempo addietro (cfr. ©) ti dicevo della cavalleria, condizione necessaria e forse sufficiente della nobiltà, sia d'animo che di sangue.
Hai notato quante volte, oggi, si dice «sportivo», invece di «cavalleresco»? Un gesto sportivo, per esempio, è quello di saltare a pie' pari sul portiere della squadra avversaria, tuffatosi tra i tuoi piedi, scavalcandolo. O quello di lanciare il pallone fuori campo, penalizzando così la tua squadra, se un componente la squadra avversaria s'è fatto male.
Io parlerei di gesto cavalleresco, anziché sportivo.
Questo perché il termine «sport», a differenza di «cavalleria», non sempre ha implicazioni lodevoli. Pensa, che so, a modi di dire quali Caio è un tipo sportivo ("che non cura l'etichetta"), Tizio veste sportivamente ("in modo trasandato"), Sempronio lo fa per sport ("senza impegno") e simili. Anche quando lo si adopera in senso etico, come nell'esortazione ad esser più sportivi, se si è permalosi, a ben vedere non è sinonimo di magnanimità, ma di menefreghismo.
Mi pare fenomeno molto moderno, 'ché non a caso sport è vocabolo inglese. Deriva sì dal latino deportare ("condurre fuori porta", ovvero "andar per prati"), ma bisogna vedere se si riferisce al gentiluomo di campagna o al villano di periferia, sia l'uno che l'altro trovandosi "oltre le mura". Tra l'altro, a voler essere pignoli, il corrispettivo italiano di sport essendo "diporto", il relativo scaricatore non lo definirei proprio un gentiluomo.

Ma'as salama.
Gammal
25/09/2008

Caro Gammal,
ricordo ancora, dei tempi del liceo, l'esibizione di un compagno di classe, che, nel leggere un verso dell'Odissea, invece di "inclita regina" declamò "inclinata regina". La gaffe fece ridere tutti, perché quell'inclinazione regale è curiosamente vicina a quanto mi dicevi ier l'altro circa lo scappellamento.
Boccaccio mio, statte zitto.
A proposito di assonanze, oggi voglio parlarti del saluto tradizionale, ancor vivo nel siculo servo vostro e nel veneto stciào [vostro] (donde il nostro "ciao"). Orbene, il latino salve ("salute", che è l'etimo del saluto stesso) non ti pare la metatesi dell'inglese slave ("schiavo", "servo")? Essendo la metatesi un fenomeno abbastanza diffuso,* la cosa non è del tutto implausibile.

* Basti pensare al toscano «padule», per "palude". Da qui l'uccello padulo, quello che vola a bassa quota. Boccaccio mio, statte zitto.

Il salve latino, sicché, potrebbe configurarsi analogo allo [your] slave anglosassone, formula rituale con la quale chi saluta si consegna a chi viene salutato (o salutata) e, ammanettandosi, per così dire, si libera.
Saluto-salute e salvezza sono infatti apparentati. In questa chiave, slavery e freedom sono opposti come marito e moglie, ossia come le due facce d'una sola medaglia.
Anime salve, quindi, sono quelle ridotte in servitù [dall'imperialismo occidentale]; in altre parole, anime salve = anime slave.
Parti una fesseria? Se tale la 'un parti possiamo andare avanti e contrapporre la salute [del corpo] alla salvezza [dell'anima], mediante il sale.
Voglio dire che non si possono avere contemporaneamente la botte piena e la moglie ubriaca: o si bada al corpo o si bada all'anima, perché, se è vero che quello è la prigione di questa, imprigionando il primo si libera la seconda. E liberando il primo si imprigiona la seconda.
Ergo, mettiamo il corpo sotto sale e permettiamo all'anima il sale della sapienza.

Pace a te.
Asno
23/09/2008

Caro Asno,
ci siamo chiesti più d'una volta, Carlo ed io, se questi plutocrati che mirano al potere mondiale siano immortali. Sarebbe la sola spiegazione logica, se pensi che ci provano da almeno tre o quattro secoli, ieri a danno dei cristiani e, oggi, dei musulmani. Possibile che lo facciano per la loro prole, come quegli insetti che muoiono iniettando le uova in un altro organismo? Mi pare improbabile. Gente così è più sterile d'un rotolo di garza.
C'è chi dice che siano lucertoloni particolarmente longevi, se non immortali. Sarà. Certo è che Plutone, oltre alle ricchezze, sovrintende all'inferno. Comunque sia, per me questa avidità rimane incomprensibile. Al riguardo c'è qualche verso, presso L'agliuto (cfr. ©), sboccato come al solito.
Si dice «sboccato» o «sboccacciato»? Ma, in quest'ultimo caso, il Boccaccio è sboccacciato?
Bisogna stare all'erta. E distinguere, "come il grano dal loglio | così, tra giugno e luglio, | la cipolla dall'aglio".

Bi salama.
Gammal
19/09/2008

Caro Gammal,
hai concluso la tua ultima con le cosiddette «emissioni di pace [= gas tossici]», eufemismo moderno per "guerra", ovviamente antimusulmana (quella anticristiana essendosi conclusa circa sessant'anni or sono) e m'hai fatto pensare alla Bonino, che esulta per l'abolizione della pena di morte. Ma quale pena di morte? Quella a carico di chi, bene o male, ha subìto un regolare processo o quella comminata ed eseguita indiscriminatamente, alla 'ndòcojocojo (da Nagasaki a Falluja, per intenderci)? La prima,* ovviamente.

* È la stessa illogicità, per non dir d'altro, dell'aborto: laddove la mortalità prenatale od infantile degli antichi colpiva i meno adatti alla sopravvivenza, quella dei moderni miete vittime alla cieca, sopprimendo senza discriminare tra il forte e il debole. È un bell'esempio di coerenza, per una pseudo-civiltà che ha adottato il credo darwinista.

Dalla Bonino a Pannella, parlavi del filomassonico e filosionista Introvigne. Guarda che non v'ha differenza alcuna, tra quest'ultimo e Pannella (sempre pronto al digiuno in favore di chiunque non sia costretto a digiunare alla palestinese, cioè sul serio), i radicali rappresentando l'italica punta di diamante del pensiero moderno,* ovvero dell'indicibile.
Perché indicibile? Ce lo spiega G. Mattiuzzo, in Gran Maestro Garibaldi (riportato dall'amico Tortuga, cfr. ©), nell'affermare che "mentre vi è una sorta di censura morale verso qualsiasi accenno alla lobby filo-israeliana, è sufficiente andare sul sito ufficiale della lobby sionista degli Stati Uniti per apprendere che la politica in Medio Oriente di Washington è pesantemente influenzata dalle pressioni filosioniste" e che "come per la lobby filoisraeliana, anche per quanto riguarda la Massoneria, pur non essendo accettabile insinuare che essa abbia giocato un ruolo fondamentale nella formazione e nello sviluppo dell'Italia post-unitaria e repubblicana, è la Massoneria stessa che dichiara, con orgoglio e senza titubanza alcuna, di essere stata parte attiva e promotrice della politica italiana sia prima dell'Unità che poi".

* Debbo ancora a Tortuga la segnalazione di un bell'articolo di Radio Radicale sui miracoli di Ernesto Nathan (cfr. ©), che le malelingue considerano figlio dell'«Apostolo» (così definito, coll'A maiuscola, nell'agiografia in questione) Giuseppe Mazzini. Ti cito alcuni passaggi, "Negli anni in cui è stato Sindaco di Roma (dal 1907 al 1913), ha posto a fulcro del suo programma politico l’emancipazione dell’individuo e della società [...]. Per Ernesto Nathan lo sviluppo dell’individuo nella libertà e nella giustizia è il fine [...]. Bisognava liberare le menti da dogmi e superstizioni, educandole a pensare con la propria testa. Bisognava abituare all’esercizio dell’autonomia morale e alla gestione della libertà di scelta. Bisognava educare, insomma, all’etica laica della responsabilità, dove l’azione ha valore in se stessa e per le conseguenze individuali e sociali che implica [...]. Ebraismo, mazzinianesimo e massoneria, erano le tre nobili componenti intellettuali che interagiscono nella sua formazione e nel suo impegno politico [...]. Promuovere l’educazione per l’emancipazione dell’individuo è un dovere [...]. Il valore ebraico dell’impegno personale a migliorare se stessi e la società si coniuga con gli ideali mazziniani, in una formidabile mediazione dialettica [...]. La consapevolezza di migliorare se stessi e la società trova ulteriore linfa nell’incontro con la Massoneria, che aveva prodotto i grandi ideali di 'libertà', 'uguaglianza', 'fratellanza', base della rivoluzione americana e di quella francese".
Programma di sconvolgente attualità, quello dei grassetti [miei], non trovi? È passato un secolo, eppure oggi ogni politico farebbe sue le stesse frasi. Tranne quella seguente, ad onor del vero. “Hanno tentato di tutto - affermerà Nathan alla fine del suo mandato - ma una cosa non hanno mai osato: offrirmi denaro”. In effetti, trattandosi dell'erede di una grande famiglia di banchieri, sarebbe stato come offrir denaro ad un Rockefeller.

Concludo, vecchio mio, invitandoti a leggere tutto il brano di G. Mattiuzzo (magari presso Luogo Comune - cfr. © - che, dopo il salto della quaglia di FDF, s'è reso davvero indispensabile), meditando soprattutto il finale, perché, se pensiamo ai nostri nipoti ed alla scuola che li attende, temo che ci toccherà rimboccarci le maniche e dir loro che adesso ve lo racconta il nonno, come stanno le cose.

La Pace sia con te.
Asno
18/09/2008

Caro Asno,
so che le tue simpatie per l'Islam, più che religiose, sono politiche. Meglio, più che teoriche, sono pratiche: sotto il profilo religioso, apprezzi la devozione del musulmano (le preghiere, il digiuno, le abluzioni, la carità e, in una parola, il rispetto verso se stesso e il prossimo); sotto il profilo politico, l'opposizione a quel tritacarne che è la modernità, macchina mostruosa che puoi chiamare di volta in volta globalizzazione, imperialismo, mercificazione, ateismo, depravazione e così via.
Bene. Non farti illusioni.
Sono pochi i musulmani, specie qui in occidente, non ancora intossicati dalla modernità. Lo sono forse più dei cristiani, mediamente, se pensi che anche solo fra i cattolici si annoverano personaggi come Massimo Introvigne (filosionista e filomassonico) e Plinio Correa de Oliveira (filosionista e, con minor coerenza, antimassonico), ma sono pochi. E ho paura che, se Lui non torna presto, saranno sempre meno.
Ieri sera mi sono rovinato la cena, nell'ascoltare l'intervista fatta ad una giovane sedicente musulmana, arruolatasi nel nostro esercito.
- Come fa col digiuno?
- Nessun problema.
- Come fa con la preghiera?
- Nessun problema.
- Parteciperà alle nostre «missioni di pace»?
- Certamente.

Ma'as salama.
Gammal
16/09/2008

Caro Gammal,
nel ritratto seguente è raffigurato Rodolfo II d'Asburgo (Vienna, 18 luglio 1552 - Praga, 20 gennaio 1612), erede del Sacro Romano Impero dal 1576 al 1611.



Non si può dire che fosse un bell'uomo, tuttavia mostrava fine sensibilità artistica e spiccato senso dell'umorismo, tant'è che si lasciò effigiare dal nostro Arcimboldo nelle fattezze sottostanti.



Era un mecenate, insomma, come tutti i sovrani del bel tempo andato che vedeva lo Stato sottomesso alla Chiesa. Col cosiddetto «rinascimento» [della Borsa, cioè di Mammona, ovvero di Satana], però, l'usuraio fece di nuovo capolino dalla sua sordida topaia e, preso il nome prestigioso di Banca Centrale (prima nazionale, poi europea, quindi mondiale), spodestò lo Stato ed esautorò la Chiesa.
Tra le conseguenze di questa usurpazione c'è anche la morte dell'arte. Il brano successivo tratta della miniatura in particolare e della pittura in genere, ma capisci bene che il discorso vale per tutt'e nove le Muse.

Veniamo a noi. Ti trascrivo P. Sénéchal (Gli antichi Paesi bassi, in M. Collareta [a cura di], L'arte in Europa. 1500 - 1570, Utet, Torino, 1998, p. 177), laddove ricorda come in Anversa, "nel 1540, la municipalità - e non più il clero - affittò agli artisti e ai commercianti d'arte la galleria della nuova Borsa, che divenne così il primo mercato d'arte permanente in Europa. Nel 1547 fu istituito il mercato del venerdì, in una piazzetta presso la Schelda, dove si vendevano all'asta i quadri [...]. Nel 1550, a Malines vennero organizzate mostre seguite da una lotteria. Gli artisti potevano dunque [...] offrire la loro produzione come una mercanzia di tipo particolare".
Lo stesso autore (ivi, p. 199), nel paragrafo intitolato L'autunno della miniatura, aggiunge che questo "settore in cui l'eccellenza fiamminga era riconosciuta in tutta Europa fu toccato dal manierismo soltanto al momento della sua agonia, cioè nell'ultimo quarto del XVI secolo", ovvero in concomitanza colla scomparsa della committenza illuminata della Chiesa e, in subordine, dello Stato.

Gente curiosa, i laici. Levano alti lai (donde il nome) per la morte della pittura, individuando anche l'assassino, ma non si peritano di criticare la Chiesa, povera meretrice, ancorché casta. Peggio per loro. E peggio per noi, 'ché oggi la Carfagna le sbatte in galera, le prostitute.

Pax tibi.
Asno
03/09/2008

Caro Asno,
secondo te, una persona cara ci è cara perché ci è carente? Se si ama quel che ci manca, come l'assetato ama l'acqua e, l'affamato, il pane, direi di sì. Che cosa ci "importa" (care, in inglese), quel che abbiamo o quel che ci "manca" (carece, in spagnolo)?

Più che una presenza o un'assenza, 'ché per sentir la prima ci vuole un beato e per sentir la seconda un disperato, la Sua è una carenza. Ci manca, come a un gatto rimasto solo mancano le carezze del padrone. Carenza di carezze, ecco. Dobbiamo supplire con abbondanza di carità.

Bi salama.
Gammal
02/09/2008

Caro Gammal,
oggi resto senza parole. Ho scovato il ritratto sottostante e, prima di dire a quale illustre musulmano è dedicato, voglio tenerti un po' sulle spine.



Ovviamente, il quadretto che costui impugna raffigura la beata Vergine.
La Pace sia con te.
Asno
01/09/2008

Caro Asno,
mi fanno ridere quelle donne che pretendono di parlare a nome di tutte le donne. È un vecchio e lurido trucco. La cosa cominciò un secolo fa, ovviamente in Inghilterra, col femminismo: qualche esagitata, ben fornita di bigliettoni stampati ad hoc dalla solita cricca di usurai illuminati, si autoproclamò portavoce del gentil sesso e, nonostante l'irrisione di novantanovemilanovecentonovantanove sue simili su centomila, prese a battere la grancassa delle oggi cosiddette «pari opportunità».
E così, ieri grazie a manifestazioni e volantinaggio, oggi mediante il cavallo di Troia (accolto con tutti gli onori in ogni civile abitazione del pianeta) della televisione, siamo arrivati alla Bonino che, non insensibile al grido di dolore delle donne afgane, giustifica la presenza colà dei nostri militi col nobile scopo di sburqarle.
Il risultato è che, invece di permetter loro di sburqare i corpi, le condanniamo a non sbarcare il lunario, perchè, delle mogli, abbiamo fatto vedove e, delle figlie, orfane.
Onore ai nostri soldati.
E onore a quelle, se appartengono al genere femminile, che scrivono sui muri scemenze come la seguente: SUL CORPO DELLE DONNE DECIDONO LE DONNE. Quali donne decidono sul corpo di quali donne? Quelle che conosco io pensano 1) che sul loro corpo decida solo Allah (swt) e 2) che, se non il burqa, almeno il niqab se lo mettono perché così vuole Allah (swt).



Vedi la potenza dei media? Un po' alla volta, tomo tomo, cacchio cacchio, quel che non interessa a nessuno viene inoculato nelle orecchie di tutti. In tal modo chi lo nega più, all'ex regina della casa, il diritto di votare o il dovere di lavorare? Vieni avanti, donna moderna, affronta il tuo futuro a volto scoperto, senza remore. E senza figli, senza marito e senza famiglia, come si conviene ad una schiava.

Ma'as salama.
Gammal
28/08/2008

Caro Gammal,
ti riporto alcuni passi della recensione di H. Hoppe all'ultimo libro di Buchanan, The death of the West, pregandoti di leggerla per intero (cfr. ©). Seguono le mie considerazioni.
______________________

«Ciò che rende importante il contributo di Buchanan è il fatto che egli identifichi un problema che le élite dominanti ci dicono non esistere, o peggio, non essere un problema, ma una benedizione. Nel clima culturale odierno serve sia coraggio che indipendenza intellettuale, per dire ciò che Buchanan dice. E il fatto che questo libro sia un bestseller indica che ci sono ancora molte persone che hanno mantenuto il loro buon senso. Buchanan sostiene che l'Occidente, la terra della cristianità, è in rovina.
[...] Il tasso di incremento demografico è ovunque sotto la crescita zero.
Questa evoluzione suicida è il culmine di una rivoluzione culturale che Buchanan descrive come la scristianizzazione dell'Occidente. Tale rivoluzione, associata ad ideali secolari quali l'umanesimo, il femminismo, l'egalitarismo, il relativismo morale, il multiculturalismo, le pari opportunità, la liberazione sessuale e l'edonismo, ha eroso la voglia di vivere una vita produttiva, di moltiplicarsi e di difendere la propria cultura.
Le prove che Buchanan porta a sostegno della sua tesi sono convincenti. Sfortunatamente la sua risposta non lo è. Egli crede che la controrivoluzione possa essere superata entro l'intelaiatura istituzionale di una moderna organizzazione statale centralizzata e democratica, completa di istituti "sociali" quali la sicurezza pubblica, l'assistenza medica, il sussidio di disoccupazione e l'educazione pubblica.
[...] In realtà sollevare gli individui dall'obbligo di provvedere al proprio reddito, alla propria salute, alla vecchiaia, all'educazione dei figli, come fa l'"assicurazione" obbligatoria dello Stato equivale a un sistematico attacco alla responsabilità personale e ad istituzioni quali la famiglia, i legami di parentela, la comunità locale e la Chiesa. La profondità e l'orizzonte della precauzione privata si riducono, e il valore della famiglia, delle relazioni di parentela, dei figli, della comunità e della Chiesa diminuiscono.
[...] Il "marcio" che sta alle radici del problema è l'istituzione "Stato", cioè il monopolio territoriale obbligatorio che si arroga la facoltà di avere l’ultima parola e l’arbitrio assoluto, con il potere di legiferare e tassare. Ci si può solo chiedere come sia possibile che le idee deplorate da Buchanan (laicismo, femminismo, relativismo, multiculturalismo, eccetera) si siano trasformate in qualcosa di più che la singola visione di qualche individuo isolato. L'unica risposta, ovvia, è che a questo si arriva solo in virtù del potere di promulgare leggi, cioè della capacità di imporre regole uniformi a tutti gli abitanti e alle loro proprietà entro un determinato territorio. Se queste idee non fossero incorporate nella legislazione, esse avrebbero fatto poco o nessun danno. Ed è solo lo Stato che può legiferare. Ed è ancora più fondamentale far notare che lo Stato non è un mero strumento, ma è un agente attivo in tutto questo. La pubblica istruzione, lo stato sociale e le idee laiciste, relativiste, eccetera non hanno dovuto essere inserite "a forza" nello Stato. Lo Stato ha i suoi interessi nel promuoverle. Se ad una agenzia è permesso legiferare ed imporre tasse, è ragionevole aspettarsi che i suoi agenti non si limiteranno nell’uso dei loro poteri, ma che si vedrà una tendenza verso l'aumento di tasse e di interferenza legislativa. E, poiché in quest'opera essi incontreranno l'opposizione dei soggetti al loro potere, è nell'interesse degli agenti dello Stato indebolire questo potere di resistenza. Questo è nella natura dello Stato, aspettarsi qualcosa di diverso è ingenuo. In primo luogo, ciò significa disarmare i cittadini. Ma significa anche erodere e, in ultima analisi, distruggere tutti i corpi intermedi come la famiglia, il clan, la tribù, la comunità, l'associazione e la Chiesa con le loro norme e gerarchie interne. Seppure in limitate giurisdizioni, queste istituzioni ed autorità rivaleggiano con la pretesa dello Stato di essere il "giudice di ultima istanza" in un determinato territorio. Lo Stato, per assicurare la sua pretesa di essere l'ultimo a decidere, deve eliminare tutte le giurisdizioni e i giudici indipendenti; e questo richiede la lesione, se non la distruzione, delle autorità a capo delle famiglie, delle comunità e delle parrocchie. Questo è il motivo recondito della maggior parte delle politiche statali. La pubblica istruzione e lo stato sociale sono il mezzo per realizzare questo proposito distruttivo, e così pure la promozione del femminismo, della non-discriminazione, delle pari opportunità, dell'edonismo, del relativismo e del multiculturalismo. Tutto ciò mina la famiglia, la comunità e la Chiesa. "Liberando" l'individuo dalla disciplina di queste istituzioni, lo rendono "uguale", isolato, inerme e debole di fronte allo Stato. Anche l'estensione dell'immigrazione, lamentata da Buchanan, si spiega in questo modo. Dopo l'erosione del sentimento familiare, comunale, regionale e religioso, una pesante dose di immigrazione, meglio se proveniente da molto lontano, è quanto l'elite neoconservatrice e socialdemocratica dominante desidera, per distruggere ciò che rimane dell'identità nazionale e poter così promuovere un Nuovo Ordine Mondiale ultra-statalista e multiculturale guidato dagli USA. Così, più radicalmente, per risuscitare l'Occidente bisogna diminuire l'apparato centralizzato degli stati nazionali e restituire alle istituzioni restrittivo-protettive della famiglia, della comunità e della Chiesa la loro posizione originale, come parte naturale di un ordine costituito da una moltitudine di giurisdizioni in competizione fra loro.
[...] Buchanan si spinge a muovere alcune critiche alla democrazia, ma non si spinge fino a farne una questione di principio. Infatti egli sostiene che "se l'America ha cessato di essere un paese cristiano, è perché ha cessato di essere un paese democratico". Questa è un’affermazione sconcertante, alla luce del fatto che né la famiglia né la Chiesa sono istituzioni democratiche (e, nella misura in cui lo sono, si trovano nei pasticci)».
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La diagnosi di Hoppe è lucidissima. Anche la terapia lo è, lucidissima, oltre che coraggiosa. Perché ci vuole coraggio, per un laico (anarchico, per giunta), nel dire che "per risuscitare l'Occidente bisogna diminuire l'apparato centralizzato degli stati nazionali e restituire alle istituzioni restrittivo-protettive della famiglia, della comunità e della Chiesa la loro posizione originale".
Purtroppo, però, la frase sopra citata continua così: "come parte naturale di un ordine costituito da una moltitudine di giurisdizioni in competizione fra loro".
Ora, bisogna chiarire un equivoco di fondo. Anche con Pax (al quale devo la conoscenza di Hoppe) non riusciamo ad intenderci su questo punto: lo Stato moderno non è lo Stato tradizionale. Quello moderno, nato con la rivoluzione francese, ma teorizzato dall'empirismo inglese, non è strutturato piramidalmente - passami l'espressione - a frattali.
Hai presente un broccolo?



Ogni piramide della foto riproduce in piccolo la macro-piramide dell'intero broccolo. Non solo. Ogni piramide è a sua volta scomponibile in micro-piramidi che, a loro volta, in miniatura, riproducono fedelmente l'immagine della macro-piramide. Anche i cristalli di neve sono fatti così, a frattali. Ed ogni società tradizionale è fatta così.
In questa struttura non è possibile parlare di competizione, come fa Hoppe, ma solo di subordinazione gerarchica (in ordine ascendente, al capofamiglia, al capoclan, al capotribù, ecc., ciascuno rappresentante, nel suo piccolo, il Capo per definizione). È la classica struttura feudale, che vede l'Impero subordinato alla Chiesa,* il vassallo all'imperatore, il valvassore al vassallo e così via, lungo una fitta rete che collega (linka, diremmo oggi) la subordinazione, per esempio, del fratello minore a quello maggiore, del figlio alla madre, dell'apprendista al maestro, del giovane al vecchio, della moglie al marito e, chi più ne ha, più ne metta.

* Hoppe usa sempre l'iniziale minuscola, per la Chiesa. Però si serve talvolta del singolare, talaltra del plurale; ciò fa pensare che voglia riferirsi più alle singole parrocchie, in quanto effettivi centri di aggregazione sociale nel territorio, che alla Chiesa vera e propria. L'iniziale maiuscola, sicché, è mia. Aggiungo che la rete parrocchiale, già nei primi secoli dell'era cristiana, costituiva una valida alternativa al municipio e, in genere, a tutte le prerogative statali (dall'anagrafe all'istruzione e dall'assistenza alla previdenza, come ben rileva Hoppe). Inoltre, quanto detto circa il broccolo della società feudale vale anche per la Chiesa stessa, rifratta - per così dire - in ogni singola pieve, parrocchia e diocesi.

Capisci bene che tutto ciò si reggeva solo grazie alla Chiesa, perché il vertice della piramide era sempre Lui, l'Unico. In Sua assenza, chi mi vieta l'abbandono ai miei porci comodi?
E questo è il secondo errore di Hoppe. Pur avendo avuto l'onestà di includere anche l'edonismo, tra gli strumenti che lo Stato moderno usa per fiaccare la resistenza dei sudditi, non va fino in fondo. Quando infatti si chiede come mai "le idee deplorate da Buchanan (laicismo, femminismo, relativismo, edonismo, multiculturalismo, eccetera) si siano trasformate in qualcosa di più che la singola visione di qualche individuo isolato", si risponde col dir che "a questo si arriva solo in virtù del potere di promulgare leggi". Possibile - dico io - che basti la mera coercizione?
No. Ci vuole qualcos'altro. Mangiafuoco non costrinse Pinocchio. Si servì della lusinga. E così fa lo Stato, abilmente indirizzandola ai vizi capitali - per usare il linguaggio ecclesiastico - del singolo, dall'orgoglio alla lussuria e dalla gola alla cupidigia.
Vedi perché la società feudale è morta?
Eppure, se dài un'occhiata alla Wikipedia (cfr. ©), scoprirai che questo tradizionalissimo prototipo sociale è rimasto in vita fino ad un secolo fa e che l'ultimo imperatore degno di questo nome, Carlo d'Asburgo, re apostolico d'Ungheria, è stato beatificato quattro anni or sono.
Concludendo, grand'uomo questo Hoppe.
Eppure, come fa a non rendersi conto che "risuscitare l'Occidente" è una pia illusione,* in assenza di un capo purchessia (ovvero di un vertice purchessia di ogni piramide, compresa quella interiore al singolo individuo, del broccolo sociale)? La maggioranza, in questa democrazia così giustamente da lui vituperata, non lo vuole più, un capo che costringa al rispetto dei comandamenti, alla pratica delle virtù e all'abbandono dei vizi.

* Non di rado affiora, in Hoppe, un candore disarmante. Ad esempio, dopo aver detto (in Élite naturali, intellettuali e Stato, cfr. ©) che "la maggior parte degli intellettuali sono stati corrotti e sono in gran parte responsabili delle attuali perversità", che "quasi tutti gli argomenti statalisti che ascoltiamo ogni giorno sono facilmente confutabili come assurdità economiche più o meno grandi" e che "non è raro incontrare intellettuali che in privato non credono a ciò che affermano con grande fanfara in pubblico; non è che sbaglino, è che deliberatamente dicono e scrivono cose che sanno essere false; non mancano di intelletto; mancano di morale", così conclude: "Un intellettuale non può aspirare alla bustarella. Tali tentazioni devono essere rifiutate come spregevoli". Bello. Ma un simile richiamo alla dirittura morale, senza Dio, non è un po' ingenuo?

La Pace sia con te.
Asno
27/08/2008

Caro Asno,
si parlava dell'indebolimento della memoria, tramite le invenzioni della scrittura prima e della stampa poi, che ha richiesto qualche millennio. E dell'afflosciamento della volontà, per il quale sono bastati due o tre secoli di democrazia,* non diciamo nulla?

* In sintesi, la pseudo-democrazia moderna consiste nell'abbassare il superiore (ovvero l'ordine gerarchico) e nell'innalzare l'inferiore (ovvero il disordine antigerarchico). A pensarci bene, si tratta dello stesso procedimento attuato, per esempio, sia dallo psicoanalista che dallo spiritista e sia dal romanziere verista che dal pittore astrattista, senza perciò tralasciare lo scienziato relativista e l'«intellettuale», vuoi di destra o vuoi di sinistra (distinzione oggi obsoleta, ma che già ieri era viziata dall'identità dei rispettivi obiettivi, miranti questo a porre sul piano esclusivamente economico le differenze di classe e quello a proporre nuove differenze di classe, legate però al portafogli anziché al sangue). Comunque sia, visto che parlavo di afflosciamento della volontà, come fai ad esercitarla, 'sta volontà, se non riconosci un superiore esterno a te (padre o pedagogo che sia) ed interno a te?

E che diciamo dell'invenzione del fucile, che ha soppresso la cavalleria permettendo ad ogni cacasotto di sparare (da debita distanza, beninteso) a chi non concepiva scontri diversi dal duello? Cavalleria in tutti i sensi, dall'equitazione alle "buone maniere" (adhab, in arabo) e dal rispetto verso il gentil sesso alla remissione dei debiti.
Ci hai mai pensato, esimio cavaliere di Malta,* che la locuzione «andare in cavalleria» esprime esattamente questo concetto? Il nobile perdona le offese, rimette i debiti, condona le pene e, insomma, non tiene una contabilità. Certo, parlo di nobili alla vecchia maniera, come quell'Hohenzollern che, ancora a fine '700, reputando indegno di un nobile il saper leggere, scrivere e far di conto, firmava i suoi atti con una croce. Orbene, quel che voglio dire è che non è facile, per noi moderni avidi e spilorci, lasciare che i nostri crediti vadano in cavalleria.

* Per ironia della sorte, il tuo "scudo rosso" (roth schild in tedesco, red shield in inglese) è l'emblema dei Rothschild, famiglia che non brilla per la remissione dei debiti altrui. È imbarazzante. Meno male che la croce al centro riscatta tutto, non t'arrabbiare.

Bi salama.
Gammal
26/08/2008

Caro Gammal,
rubo a Genseki un brano esplosivo (cfr. ©), tratto dal Fusus al-hikam di ibn-Arabi. Visto che - come dicevi poc'anzi al buon Petrus - mi si prende spesso e volentieri a pesci in faccia, questa è la volta buona per porgere l'altra guancia. E, se saranno calci in culo, mi comporterò analogamente.

«Il credente loda soltanto la divinitá che è compresa nel suo credo e a questa aderisce; egli non puó compiere alcun atto che non lo riconduca a se stesso. Allo stesso modo nulla vi è ch'egli lodi senza lodare se stesso. Perché è indubbio che chi loda l'opera ne loda l'autore; la bellezza o la sua assenza ricadono sull'artefice. La divinitá nella quale si crede è plasmata da colui che la concepisce ed essa è quindi la sua opera; la lode rivolta a ció che crede è l'elogio diretto a se stesso. Proprio per questo egli condanna qualsiasi credo differente dal proprio; se egli fosse giusto non lo farebbe, ma lo fa perché resta fermo su un particolare oggetto di adorazione. È chiaramente nell'ignoranza e per tale motivo il suo credo in Dio implica la negazione di tutto quanto ne è diverso; se conoscesse il detto di Junaid ("il colore dell'acqua è quello del suo recipiente") consiglierebbe a ogni credente di credere in ció che crede, conoscerebbe Dio in ogni forma e in ogni oggetto di credenza. Per questo Allah ha detto: "Io sono conforme all'opinione che il mio servo ha di me".* Cioè, io gli appaio nella forma del suo credo; se vuole puó sia ampliarlo che ridurlo. La divinitá in cui si crede assume i limiti del credo ed è questa la divinitá contenuta nel cuore del servo. La Divinitá assoluta non è contenuta in alcuna cosa, perché essa stessa è l'essenza delle cose».

* È un hadith qudsi, ovvero un detto del Profeta di autorità quasi pari a quella coranica. Sull'argomento c'è un bel post di Takbir (cfr. ©).

La Pace sia con te.
Asno


P.S. L'illustrazione sottostante potrebbe intitolarsi "Dio che guarda Se stesso", non trovi?

25/08/2008

Caro Asno.
perché non dài un'occhiata ai commenti alla mia del 20 scorso (cfr. ©)?
M'hanno fatto pensare che la conseguenza necessaria del materialismo, essendo materia (ossia il principio passivo della manifestazione, la Prakriti indù) da mater, è il femminismo.
Inoltre, può non mancar d'interesse rilevare che metro e materia, entrambi dalla radice MTR, rappresentano due concetti interdipendenti, la misurabilità (in questo caso, lineare) dipendendo dalla quantificabilità e non essendo quantificabile, cioè misurabile, che la materia. Su ciò, ti rimando ad un passo della pagina L'album di famiglia dell'Uomo di NeanderItaly (cfr. ©). Infine, circa il nesso tra moon, man, mind e wife of man, ovvero woman, vedi i versi relativi (cfr. ©) della pagina Sofismi.

Ma'as salama.
Gammal
21/08/2008

Caro Gammal,
sono debitore a Marzia (cfr. ©) per questa foto, che m'ha ridato speranza nel futuro.



È di questa estate, non di mezzo secolo fa. E non è ambientata sugli Appennini, ma sulle Alpi.

Pace a te.
Asno
20/08/2008

Caro Asno,
la cosa più deprimente della storiografia contemporanea è il dar per scontato che l'essere umano d'oggi sia lo stesso essere umano di ieri e dell'altro ieri, come se secoli e secoli di lavaggio del cervello e d'infrollimento del cuore esistano solo nella mente bacata di qualche «complottista».
Non è così. L'uomo del '700 era fisiologicamente diverso da quello attuale, ben più di quanto quello del '300 lo fosse rispetto a lui. Stante la prodigiosa standardizzazione operata dai media,* si può addirittura affermare che l'uomo dei primi del '900 differisca più da noi che dall'uomo medioevale.

* In ordine cronologico giornali, radio, televisione ed internet. A proposito, dopo il grande ed il piccolo, del minimo schermo, ti rinvio all'articolo Google ci sta rendendo stupidi? (cfr. ©).

Ci son voluti millenni per indebolire, ad esempio, la memoria (prima con la scrittura e poi con la stampa). Ma sono bastati pochi secoli per far svaporare il coraggio, la dignità, l'abnegazione, la lealtà e la fede (sia quella alla parola data che quella in Dio). Un personaggio come Attilio Regolo, che avrebbe potuto felicemente morire di vecchiaia in quel di Roma, anziché tornare a Cartagine per affrontare una morte orribile, è costituzionalmente più vicino all'uomo di mezzo secolo fa che a quello d'oggi.
Certo, se uno vede il passato al cinema o in televisione non capirà mai come ci siamo ridotti (anche perché i cosiddetti «intellettuali», in cambio d'una pagnotta,* si prodigano nell'esaltazione delle magnifiche sorti e progressive).

* Sulla prostituzione intellettuale H. Hoppe, citato dall'amico Pax (cfr. ©), osserva che è incredibile "quanto facilmente qualche persona possa venir corrotta: poche centinaia di dollari, un viaggio piacevole, una foto con il grande e il potente sono tutte cose troppo spesso sufficienti per convincere la gente a vendersi".

Pensavo a tutto ciò, leggendo un posticino di frate Petrus sulla caratterologia di un secolo fa (cfr. ©), nella quale era pacifico l'assioma secondo il quale ad ogni carattere corrisponde una specifica azione educativa. Senza dilungarmi, perché ti invito a leggere tutto il brano di A. Tanquerey, mi chiedo solo quanti di noi oggi siano disposti a sottomettersi agli ordini di un padre spirituale, un maestro, un precettore, un aio qualsiasi. La dieta, quella sì, la vogliamo personalizzata. Ma l'educazione, intanto è roba vecchia e poi, perbacco, non siamo tutti uguali? In occidente ognuno è precettore a se stesso, tutti pastori e nessun gregge. Proprio in quest'occidente che mai ha visto un gregge di dimensioni simili a quelle odierne.
Come vedi, oltre al senso dell'onore s'è perso anche lo spirito d'umiltà, un corollario del quale è l'obbedienza su cui si reggeva l'intera piramide gerarchica tradizionale. È per questo che, tornando al discorso iniziale, non ha senso mettere a paragone la società di ieri con quella d'oggi, il feudalesimo col capitalismo o la monarchia tradizionale con la democrazia moderna.* Equivale a porre sullo stesso piano la salute e la malattia.

* Circa le tanto strombazzate democrazie pre-settecentesche, da quella ateniese a quelle nostrane dei comuni medioevali o delle repubbliche marinare, va detto che si trattava di pure e semplici oligarchie. Pensa che i votanti, nell'Atene dell'epoca, rappresentavano il solo cinque per cento della popolazione. Inoltre, anche a non voler considerare le differenze fisiologiche tra il nobile di ieri e l'ignobile d'oggi (ovvero tra l'uomo d'onore e l'uomo del disonore), basta porsi la seguente domanda. Chi si prende più cura dello Stato, un re che deve trasmetterlo al proprio figlio ed al proprio nipote o un tizio assunto con contratto a tempo determinato? Sul tema, ancora H. Hoppe (citato sempre da Pax - cfr. © - in Perché i peggiori comandano) ha scritto cose egregie.

Bi salama.
Gammal
12/08/2008

Caro Gammal,
non posso far più come mastro Titta, che se puliva 'r cul co' la man dritta. È un guaio. Provare per crederci. Del resto, poteva finire solo così. Prima la scintografia (che la pensavo riservata ai giapponesi), poi l'anamnesi e la risonanza maieutica (che le pensavo socratico-platoniche, anziché orfiche) e la prognosi è confermata: la mia vocazione è quella del fermacarte.
E vabbè. Me consolo co' L'agliuto (cfr. ©).

Pace a te, a me ed a tutti noi.
Asno
09/07/2008

Caro Asno,
ti propongo oggi un brano di G. de Sivo (dalla Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861, alla quale già accennavo - cfr. © - tempo fa) sui camorristi. È utile per capire come la sovversione moderna si sia sempre servita della parte peggiore della società, per stravolgere il passato.
Per il testo che segue sono debitore al sito Maddalonesi.it (cfr. ©).

"Incontinente va in istrada bieca turba, sozza, proterva; un vociferare sinistro, minaccioso, foriero di subiti guai; ecco la più vile gente del mondo, alleata del Garibaldi e di Vittorio, cominciare la serie lunga di assassinii impuniti, di rapine premiate, d’immoralità e irreligione caudate e pagate; principia il regno de' camorristi. La sommossa di Masaniello dissesì «de' lazzari», perché fecerla gente semi-nuda, come Lazzaro uscente di sepolcro; la rivoltura del '60 si dirà «de' camorristi», perché da questi goduta. Nel reame eran da antico camorristi, sì detti da camorra, in ispagnuolo querela (o forse dal gioco della morra, dove usano soprusi). Tai bravacci s’allargarono nelle carceri e nelle caserme soldatesche, riscotenti premii da paura altrui; poi nelle strade, in bettole, bische, postribuli, mercati, dovunque possono speculare sul coltello. Cavano moneta da’ carcerati, da' giocatori, da’ mercanti, da’ contratti d’ogni sorta. Vestono giacca di velluto, calzoni stretti a’ ginocchi e larghi a pie', canna d’india in mano, anelli alle dita, capelli lisciati, coltelli in tasca. Per similitudine diciam «camorristi» i giocatori ladri, gli storcileggi, i sicari, i vagabondi, e qualunque non fatica e vive di brogli. Camorrista è un composto di ladro, galeotto, pugnalatore, usuraio, contrabandiero e proletario. Sono setta antica, che credesi venuta con gli spagnoli; hanno statuti con certi articoli in apparenza onesti: per essere ammesso devi essere onorato, non stato mai ladro, né gendarme, né poliziotto, né congiunto a meretrici. Ammesso, devi ubbidire cieco a’ superiori, e perpetrare furti, assassinii, e peggio. Prima nel noviziato imparano scherma di coltelli e un linguaggio furbesco; passano avanti per esami, che son duelli a pugnali, e vanno al grado di sgarra; poi a contaruolo, forse perché conta l’arme ch’ha in deposito, il cui numero dicono «pianta». Per essere capo-società debbono accoltellarsi contro dodici, e ferirne almeno tre; né mai rifiutare sfide. A rubare si dividono le parti: chi fa chiavi false, chi il borsaiolo, chi il rapinatore, chi il manutengolo; e chi non sa meglio fa il palo cioè la spia, per ispiar da rubare, e avvisare d’ogni pericolo gli operatori. L’insubordinazione puniscono con isfregi al volto; appellano «infame» chiunque in giudizio fa testimonianze contro di loro, e si vendicano. Sono aiutati da loro donne in tutto, massime nelle esazioni; sicchè anche nelle carceri han la parte de' guadagni, e ‘l sostentamento. Il popolo minuto sopporta codesta tirannia abbietta, e paga senza fiatare; anzi ne’ giudizi non trovi chi si quereli, né chi testimoni contro di loro. Oltracciò i camorristi, paghi del tributo, proteggono talvolta il fievole contro il forte, e fanno i pacieri. Eran molti, e qua e di là del faro; e come era loro istituzione il non impicciarsi di politica, eglino nel '48 s’erano valuti de’torbidi, ma poco sul finire vi s’eran mescolati. Il governo e prima e dopo tentò d’estirpare questo flagello della società civile; li reprimeva, puniva, tenevanli in carceri e al confine, e sia sopra isole li relegava; ma trovavano protezione in altri camorristi vestiti alla borghese, che di più grossi mercedi facevan mercato, e in chi preparavano la camorra in grande, per divorare con la rivoluzione le ricchezze dello Stato. Costoro col pretesto di liberare la patria, valendosi delle persecuzioni della polizia contro quelli, di leggieri li tirarono a sé; e già da più agio e men rumore. Venuto a questi ultimi anni l’Aiossa a direttore di polizia, visto non valere legalità, trovati documenti della setta, ne agguantò più centinaia e li sparti per l’isole. I faziosi ch’avevano eglino stessi saputo indurre il direttore a quel passo, subito gridarono all’illegalità; i giornali torinesi vomitavano insulti; e da questo trassero opportunità per meglio stringersi la camorra".

Mi spiace per la mia Torino. Devo però ammettere che la modernità è penetrata in Italia attraverso i savoiardi, che, non paghi dei finallora inauditi finanziamenti britannici, si impadronirono anche degli oculati risparmi borbonici. E meno male ca pure mugghierema è borbonica.
Al riguardo, chiudo questa mia con altre due righe di de Sivo, stavolta tratte da I napolitani al cospetto delle nazioni civili.
"L'operosa parsimonia governativa avea sempre modo da tenere in serbo un tesoro per ogni evento. Eranvi in cassa trentatré milioni di ducati, quando il liberatore Garibaldi vi mise su le mani, e li fe' disparire. [...] I rigeneratori torinesi, dopo tante sperticate promesse di tutto dare, tutto ne han tolto; e solo han potuto creare la miseria ed il nulla". Tuttavia, secondo me, torinesi e savoiardi non coincidono affatto. Meglio i crumiri.

Ma'as salama.
Gammal
03/07/2008

Caro Gammal,



che ne dici, del paragone tra l'intelletto e il bambino precedente? E di quello tra il bambino seguente e la ragione?



Non ti pare che quest'ultima, guardinga e sospettosa com'è, si faccia troppo spesso irrazionale? La ragione genera mostri, si dice, giustificando il parto mostruoso col sonno della partoriente. Ma non è così, perché la celebre incisione omonima (El sueño de la razón produce monstruos) non distingue tra sonno e sogno, omofoni in ispagnuolo. E alla ragione compete il sogno, tradizionalmente, come ai sensi la veglia e all'intelletto il sonno vero e proprio, quello profondo e senza sogni.
E non è forse un sogno mostruoso, smentito sia dai sensi che dall'intelletto, tutto ciò che è moderno? La terra che gira, il popolo sovrano, la guerra come peace-keeping, lo stato di diritto che si rovescia in stato di razza,* l'omicidio prenatale, le scimmie [che siamo diventati] trasformate in nostri antenati, la femmina che si fa maschio (e, il maschio, femmina). Fumo. Razionalissimo fumo di Londra. Del resto, che cosa potevi aspettarti da gente che, li fimmine, le chiama «uòmene»?

* Vuoi scommettere che l'anagrafe [dell'impronta] digitale dei rom starà in un cd-rom?

La Pace sia con te.
Asno


P.S. Come avrai notato, il primo pargolo è orientale. Il secondo, occidentale. Chissà se anche l'intelletto, se mi passi il paragone fatto sopra, per l'occidente è ormai cosa persa?
A proposito della poca o nulla paura paranoica dell'orientale, cfr. ©.
02/07/2008

Caro Asno,
quando l'esperimento scientifico conferma una verità di fede, è vero a sua volta. Quando la contraddice, è semplicemente falso (sbagliato, mal impostato). Ripensavo a questo assioma, nel leggere un articolo di L. Polastri presso FDF (cfr. ©), dal quale ti stralcio quanto segue.
"Supponiamo di avere due cilindri uno contenuto nell’altro.
L’intercapedine interna la riempiamo di un liquido viscoso chiaro come la glicerina e vi depositiamo sopra qualche goccia di inchiostro.
Se iniziamo a far ruotare uno dei cilindri, diciamo in senso orario, la goccia d’inchiostro si spande nella direzione opposta, formando una striscia che diventa più sottile fino a scomparire.
Tuttavia la goccia è ancora lì anche se non la vediamo.
Se ruotiamo il cilindro nella direzione opposta, essa riappare".
Magnifico. Ciò prova che scomparire ed apparire (dalla vista ed alla vista) è come dondolare sull'altalena. Ciò prova che il cosmo e il caos (quest'ultimo inteso come entropia,* dalla quale l'articolo di Polastri prende le mosse) si alternano come la vita e la morte. Dietrofront. Avanti marsc.

* Cosmo e caos, quindi il bello e il brutto. Lo sai che «cosmesi» e «cosmetico» derivano da cosmos ("ordine", in greco), per la gioia delle nostre donzelle.

L'unico neo, in quanto scrive Polastri, è l'affermare che tali "conclusioni sono incompatibili con il pensiero greco secondo il quale solo l’essere «è» e il «non essere» non è (essere come rappresentazione dell’apparire)". Gli sarebbe bastato parlare di "esistere", come rappresentazione dell’apparire, equiparando in tal modo esistenza, manifestazione (o apparenza) e creazione. Ed eliminando così ogni presunta incompatibilità col pensiero greco, per il quale solo l'essere è (come in Parmenide), laddove ogni esistenza scorre su e giù (come l'acqua di Eraclito, che sale in vapore e scende in pioggia). Circa il non essere, visto che il pensiero greco ha poco da spartire con la metafisica, non ne parliamo. Ma resta indubitabile che l'essere [e solo l'essere] è e che il non essere non è. Invece ogni esistente, come te e me, compare e scompare, compare mio, scompare e ricompare.

Bi salama.
Gammal
23/06/2008

Caro Gammal,
oggi resto in silenzio.



Temo che, parlando, si possa finire ignominiosamente (cfr. ©).
La Pace sia con te.
Asno
17/06/2008

Caro Asno,
sono talmente disgustato da questa nostra sudditanza a Sua Maestà britannica ('ché, se l'Unione Europea fosse davvero il Paese di Bengodi, perché l'Inghilterra ne resta fuori?) che oggi parlerò in francese.
Buoni pure loro, i franzosi, te li raccomando, mai però come gli inghileschi. Ti pare possibile che il prototipo della moderna Banca Centrale sia inglese? Ti pare possibile che il prototipo della moderna Grande Loggia sia inglese? Ti pare possibile che il prototipo del moderno Papa-Re sia inglese?
E ti pare possibile che, da quattro secoli a questa parte,* ogni rivoluzione 1) venga innescata dall'Inghilterra e pertanto 2) esploda ovunque, meno che in Inghilterra?

* Parlo dell'Inghilterra "d'Errico 8°, sendo la patria degli Stuardi ricca di generosi cuori e propugnatrice di virtù". Così il buon Giacinto de Sivo (nel suo La storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861), che aggiunge: "La ricchezza dell'Inghilterra sta nella miseria altrui, perciò suscitano guerre e tradimenti dappertutto. La pace sul continente è fuoco per la Gran Bretagna; perciò deve trafficare tanto in rivolte quanto in cotone e piatti".

Ma veniamo al francese, anzi all'argot. "Il giocare con le parole - spiega B. d'Ausser Berrau in De Mysteriis (cfr. ©) - in modo da suggerirne differenti significati e applicazioni, ovvero il servirsi di omofoni aventi sensi tra loro dissimili, nonché l'inserzione nel dire di vocaboli esotici o artatamente deformati sì da far comprendere il discorso ai soli destinatari, prende, in francese, nome di argot". Ora, come un giocare con le parole ("a play on words") è reso in inglese con il verbo to pun, la cui origine è dal latino punctum, da intendere a sua volta come puntura o punzecchiatura, così l'italiano arguto (argutus, in latino) sta per "sottile", "penetrante", "graffiante", "che lascia il segno". Donde argomento la cui brillantezza "con-vince" (arguit, ancora in latino). Arguto, ergo brillante, come l'argento (argyros, in greco), ma anche come lo specchietto per le allodole di quel "ciarlatano" (argutulus, in latino) che è Satana, lui e il suo argent de poche dell'euro. Del resto, è un argot anche il gergo della malavita.
Ti risparmio gli argivi, l'Argolide, i cento occhi d'Argo e la nave omonima (quella costruita dal carpentiere Argo, per Giasone alla ricerca del Vello d'Oro), nonché l'argilla.
Mi soffermo invece sull'architettura gotica.
Come sai, tale stile nacque dalla felice confluenza, in terra di Sicilia, di elementi costruttivi arabi con caratteri romanico-normanni, preesistenti nel ducato di Normandia e poi, per i noti avvenimenti dell'inizio dell'XI secolo, trasferiti nell'isola. L'apporto islamico proveniva, a sua volta, dalle tecniche edificatorie di Bisanzio, mentre il peculiare arco a sesto acuto sembra fosse originario dell'Iran. In seguito, tale complesso patrimonio tecnico fu riportato in Francia da maestranze siculo-normanne, dove conobbe grande fioritura e diffusione continentale.
Ora, che c'entrano i barbari goti, ostrogoti o visigoti che fossero, con le cristalline punte di meraviglia delle cattedrali gotiche?
Se pensi che, sempre in francese,