Caro Gammal,
ti riporto alcuni passi della recensione di H. Hoppe all'ultimo libro di Buchanan,
The death of the West, pregandoti di leggerla per intero (cfr.
©). Seguono le mie considerazioni.
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«Ciò che rende importante il contributo di Buchanan è il fatto che egli identifichi un problema che le élite dominanti ci dicono non esistere, o peggio, non essere un problema, ma una benedizione. Nel clima culturale odierno serve sia coraggio che indipendenza intellettuale, per dire ciò che Buchanan dice. E il fatto che questo libro sia un bestseller indica che ci sono ancora molte persone che hanno mantenuto il loro buon senso. Buchanan sostiene che
l'Occidente, la terra della cristianità, è in rovina.
[...] Il tasso di incremento demografico è ovunque sotto la crescita zero.
Questa evoluzione suicida è il culmine di una rivoluzione culturale che Buchanan descrive come la scristianizzazione dell'Occidente. Tale rivoluzione, associata ad ideali secolari quali l'umanesimo, il femminismo, l'egalitarismo, il relativismo morale, il multiculturalismo, le pari opportunità, la liberazione sessuale e l'edonismo, ha eroso la voglia di vivere una vita produttiva, di moltiplicarsi e di difendere la propria cultura.
Le prove che Buchanan porta a sostegno della sua tesi sono convincenti. Sfortunatamente la sua risposta non lo è. Egli crede che la controrivoluzione possa essere superata entro l'intelaiatura istituzionale di una moderna organizzazione statale centralizzata e democratica, completa di istituti "sociali" quali la sicurezza pubblica, l'assistenza medica, il sussidio di disoccupazione e l'educazione pubblica.
[...] In realtà
sollevare gli individui dall'obbligo di provvedere al proprio reddito, alla propria salute, alla vecchiaia, all'educazione dei figli, come fa l'"assicurazione" obbligatoria dello Stato equivale a un sistematico attacco alla responsabilità personale e ad istituzioni quali la famiglia, i legami di parentela, la comunità locale e la Chiesa. La profondità e l'orizzonte della precauzione privata si riducono, e il valore della famiglia, delle relazioni di parentela, dei figli, della comunità e della Chiesa diminuiscono.
[...] Il "marcio" che sta alle radici del problema è l'istituzione "Stato", cioè il monopolio territoriale obbligatorio che si arroga la facoltà di avere l’ultima parola e l’arbitrio assoluto, con il potere di legiferare e tassare. Ci si può solo chiedere come sia possibile che le idee deplorate da Buchanan (laicismo, femminismo, relativismo, multiculturalismo, eccetera) si siano trasformate in qualcosa di più che la singola visione di qualche individuo isolato. L'unica risposta, ovvia, è che a questo si arriva solo in virtù del potere di promulgare leggi, cioè della capacità di imporre regole uniformi a tutti gli abitanti e alle loro proprietà entro un determinato territorio. Se queste idee non fossero incorporate nella legislazione, esse avrebbero fatto poco o nessun danno. Ed è solo lo Stato che può legiferare. Ed è ancora più fondamentale far notare che lo Stato non è un mero strumento, ma è un agente attivo in tutto questo. La pubblica istruzione, lo stato sociale e le idee laiciste, relativiste, eccetera non hanno dovuto essere inserite "a forza" nello Stato. Lo Stato ha i suoi interessi nel promuoverle. Se ad una agenzia è permesso legiferare ed imporre tasse, è ragionevole aspettarsi che i suoi agenti non si limiteranno nell’uso dei loro poteri, ma che si vedrà una tendenza verso l'aumento di tasse e di interferenza legislativa. E, poiché in quest'opera essi incontreranno l'opposizione dei soggetti al loro potere, è nell'interesse degli agenti dello Stato indebolire questo potere di resistenza. Questo è nella natura dello Stato, aspettarsi qualcosa di diverso è ingenuo. In primo luogo, ciò significa disarmare i cittadini. Ma significa anche erodere e, in ultima analisi, distruggere tutti i corpi intermedi come la famiglia, il clan, la tribù, la comunità, l'associazione e la Chiesa con le loro norme e gerarchie interne. Seppure in limitate giurisdizioni, queste istituzioni ed autorità rivaleggiano con la pretesa dello Stato di essere il "giudice di ultima istanza" in un determinato territorio.
Lo Stato, per assicurare la sua pretesa di essere l'ultimo a decidere, deve eliminare tutte le giurisdizioni e i giudici indipendenti; e questo richiede la lesione, se non la distruzione, delle autorità a capo delle famiglie, delle comunità e delle parrocchie. Questo è il motivo recondito della maggior parte delle politiche statali. La pubblica istruzione e lo stato sociale sono il mezzo per realizzare questo proposito distruttivo, e così pure la promozione del femminismo, della non-discriminazione, delle pari opportunità, dell'edonismo, del relativismo e del multiculturalismo. Tutto ciò mina la famiglia, la comunità e la Chiesa.
"Liberando" l'individuo dalla disciplina di queste istituzioni, lo rendono "uguale", isolato, inerme e debole di fronte allo Stato. Anche l'estensione dell'immigrazione, lamentata da Buchanan, si spiega in questo modo. Dopo l'erosione del sentimento familiare, comunale, regionale e religioso, una pesante dose di immigrazione, meglio se proveniente da molto lontano, è quanto l'elite neoconservatrice e socialdemocratica dominante desidera, per distruggere ciò che rimane dell'identità nazionale e poter così promuovere un Nuovo Ordine Mondiale ultra-statalista e multiculturale guidato dagli USA. Così, più radicalmente, per risuscitare l'Occidente bisogna diminuire l'apparato centralizzato degli stati nazionali e restituire alle istituzioni restrittivo-protettive della famiglia, della comunità e della Chiesa la loro posizione originale, come parte naturale di un ordine costituito da una moltitudine di giurisdizioni in competizione fra loro.
[...] Buchanan si spinge a muovere alcune critiche alla democrazia, ma non si spinge fino a farne una questione di principio. Infatti egli sostiene che "se l'America ha cessato di essere un paese cristiano, è perché ha cessato di essere un paese democratico". Questa è un’affermazione sconcertante, alla luce del fatto che
né la famiglia né la Chiesa sono istituzioni democratiche (e, nella misura in cui lo sono, si trovano nei pasticci)».
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La diagnosi di Hoppe è lucidissima. Anche la terapia lo è, lucidissima, oltre che coraggiosa. Perché ci vuole coraggio, per un laico (anarchico, per giunta), nel dire che "per risuscitare l'Occidente bisogna diminuire l'apparato centralizzato degli stati nazionali e restituire alle istituzioni restrittivo-protettive della famiglia, della comunità e della Chiesa la loro posizione originale".
Purtroppo, però, la frase sopra citata continua così: "come parte naturale di un ordine costituito da una moltitudine di giurisdizioni in competizione fra loro".
Ora, bisogna chiarire un equivoco di fondo. Anche con Pax (al quale devo la conoscenza di Hoppe) non riusciamo ad intenderci su questo punto:
lo Stato moderno non è lo Stato tradizionale. Quello moderno, nato con la rivoluzione francese, ma teorizzato dall'empirismo inglese, non è strutturato piramidalmente - passami l'espressione - a frattali.
Hai presente un broccolo?
Ogni piramide della foto riproduce in piccolo la macro-piramide dell'intero broccolo. Non solo. Ogni piramide è a sua volta scomponibile in micro-piramidi che, a loro volta, in miniatura, riproducono fedelmente l'immagine della macro-piramide. Anche i cristalli di neve sono fatti così, a frattali. Ed ogni società tradizionale è fatta così.
In questa struttura non è possibile parlare di competizione, come fa Hoppe, ma solo di subordinazione gerarchica (in ordine ascendente, al capofamiglia, al capoclan, al capotribù, ecc., ciascuno rappresentante, nel suo piccolo, il Capo per definizione). È la classica struttura feudale, che vede l'Impero subordinato alla Chiesa,* il vassallo all'imperatore, il valvassore al vassallo e così via, lungo una fitta rete che collega (linka, diremmo oggi) la subordinazione, per esempio, del fratello minore a quello maggiore, del figlio alla madre, dell'apprendista al maestro, del giovane al vecchio, della moglie al marito e, chi più ne ha, più ne metta.
* Hoppe usa sempre l'iniziale minuscola, per la Chiesa. Però si serve talvolta del singolare, talaltra del plurale; ciò fa pensare che voglia riferirsi più alle singole parrocchie, in quanto effettivi centri di aggregazione sociale nel territorio, che alla Chiesa vera e propria. L'iniziale maiuscola, sicché, è mia. Aggiungo che la rete parrocchiale, già nei primi secoli dell'era cristiana, costituiva una valida alternativa al municipio e, in genere, a tutte le prerogative statali (dall'anagrafe all'istruzione e dall'assistenza alla previdenza, come ben rileva Hoppe). Inoltre, quanto detto circa il broccolo della società feudale vale anche per la Chiesa stessa, rifratta - per così dire - in ogni singola pieve, parrocchia e diocesi.
Capisci bene che tutto ciò si reggeva solo grazie alla Chiesa, perché il vertice della piramide era sempre Lui, l'Unico. In Sua assenza, chi mi vieta l'abbandono ai miei porci comodi?
E questo è il secondo errore di Hoppe. Pur avendo avuto l'onestà di includere anche l'edonismo, tra gli strumenti che lo Stato moderno usa per fiaccare la resistenza dei sudditi, non va fino in fondo. Quando infatti si chiede come mai "le idee deplorate da Buchanan (laicismo, femminismo, relativismo, edonismo, multiculturalismo, eccetera) si siano trasformate in qualcosa di più che la singola visione di qualche individuo isolato", si risponde col dir che "a questo si arriva solo in virtù del potere di promulgare leggi". Possibile - dico io - che basti la mera coercizione?
No. Ci vuole qualcos'altro. Mangiafuoco non costrinse Pinocchio. Si servì della lusinga. E così fa lo Stato, abilmente indirizzandola ai vizi capitali - per usare il linguaggio ecclesiastico - del singolo, dall'orgoglio alla lussuria e dalla gola alla cupidigia.
Vedi perché la società feudale è morta?
Eppure, se dài un'occhiata alla Wikipedia (cfr.
©), scoprirai che questo tradizionalissimo prototipo sociale è rimasto in vita fino ad un secolo fa e che l'ultimo imperatore degno di questo nome, Carlo d'Asburgo, re apostolico d'Ungheria, è stato beatificato quattro anni or sono.
Concludendo, grand'uomo questo Hoppe.
Eppure, come fa a non rendersi conto che
"risuscitare l'Occidente" è una pia illusione,* in assenza di un capo purchessia (ovvero di un vertice purchessia di ogni piramide, compresa quella interiore al singolo individuo, del broccolo sociale)? La maggioranza, in questa democrazia così giustamente da lui vituperata, non lo vuole più, un capo che costringa al rispetto dei comandamenti, alla pratica delle virtù e all'abbandono dei vizi.
* Non di rado affiora, in Hoppe, un candore disarmante. Ad esempio, dopo aver detto (in
Élite naturali, intellettuali e Stato, cfr.
©) che "la maggior parte degli intellettuali sono stati corrotti e sono in gran parte responsabili delle attuali perversità", che "quasi tutti gli argomenti statalisti che ascoltiamo ogni giorno sono facilmente confutabili come assurdità economiche più o meno grandi" e che "non è raro incontrare intellettuali che in privato non credono a ciò che affermano con grande fanfara in pubblico; non è che sbaglino, è che deliberatamente dicono e scrivono cose che sanno essere false; non mancano di intelletto; mancano di morale", così conclude: "
Un intellettuale non può aspirare alla bustarella. Tali tentazioni devono essere rifiutate come spregevoli". Bello. Ma un simile richiamo alla dirittura morale, senza Dio, non è un po' ingenuo?
La Pace sia con te.
Asno