Caro Gammal,
troppa carne al fuoco. Chi era, Tertulliano, a dire "caro salutis cardo"? Non è ch'io sia vegetariano, tuttavia la carne m'insospettisce sempre. Sono ghiotto di maiale, è vero, a mia vergogna e per tuo scandalo, ma cum grano salis. Del resto, se salame e prosciutto non sono un po' salati, che te magni?
Ricordami di parlare un po' del sale, in futuro. Non riesco a dimenticare quel tuo equivoco giovanile, grazie al quale nobilitavi il banalissimo alessandrino carducciano "la nebbia, a gl'irti colli, piovigginando sale, urla e biancheggia", interpretando
sale come complemento oggetto, anziché come terza singolare del presente indicativo di
salire (e facendo urlare e biancheggiare la nebbia). Effettivamente, il sale
sale. Vuoi perché fa esalare [l'ultimo respiro], vuoi perché e
salta [di sapore sapido e salace], vuoi perché
alza [la pressione sanguigna]; in questi ultimi due casi, basta pensare all'inglese
salt ed al greco
als. Nel primo caso, invece, occorre pensare ad un'anima che evade dalla galera di un corpo, secondo i gusti, corroso dalla salsedine o macerato in salamoia.
Salam, come dici tu.
Venendo ai tuoi consigli bibliografici, rinviamo ogni commento relativo all'eccellente Borrmans. Stavolta voglio solo dir qualcosa di Samir, che, nell'articolo da te citato (cfr.
©), definisce "improbabile" il dialogo tra cristiani e musulmani. Il motivo? Intanto, a suo dire, l'esclusione dell'«estrinseco» sociale, comportamentale e giuridico, dall'auspicato dialogo inter-religioso (ovvero "i diritti umani" sistematicamente calpestati dalla
sharia).
Al riguardo a me pare che, da buon gesuita,* Samir ciurli nel manico, sia perché, fino a qualche secolo fa, il diritto canonico nostrano non era davvero più liberale di quello della
sharia e sia perché il diritto talmudico vigente in quell'Israele odierna con la quale amoreggiano in tanti, da Ferrara a Kasper e da Melloni a Martini, è ben più oscurantista.
* Sui gesuiti in genere, dal primo all'ultimo basco (e col conforto dell'illuminato parere del sedici [e mai troppe] volte Benedetto), ti invito alla lettura di due recenti post di
wXre (cfr.
© e
©).
In particolare, riferendosi alla «lettera del 138», Samir vi lamenta 1) il mancato accenno "ai problemi della comunità internazionale verso la comunità musulmana", 2) l'ambiguità tra l'Islam che "mescola il teologico con il politico e perfino con il militare" e l'Islam di quanti "pretendono di parlare solo del teologico" e 3), in quest'ultimo ambito, l'appello nel quale "i dotti islamici citano il Corano, quando dice «veniamo ad una cosa comune tra noi», [cosa] che richiede di non mettere nulla vicino a Dio", laddove proprio i cristiani, "vicino a Dio, mettono Gesù Cristo".
A me sembrano un po' capziose, 'ste osservazioni. Tornando al paragone col giudaismo, l'atteggiamento di Samir è quello di chi adotta due pesi e due misure. Mi spiego. Circa i tre punti precedenti, vorrei obiettare che: 1) la comunità sionista è l'unica al mondo a non aver mai rispettato le cosiddette «risoluzioni» dell'ONU; 2) la mescolanza del "teologico con il politico e perfino con il militare" è proprio quella che caratterizza la cosiddetta «unica democrazia medio-orientale», ovvero uno stato rabbinico [e razzista]; 3) le questioni dogmatiche, delle quali parleremo - se Dio vuole - in una prossima lettera, rappresentano il vero punctum dolens. Ma non è leale addebitare ai musulmani il mancato riconoscimento della divinità di Gesù (e, se è per questo, anche della Vergine), stante l'ammirazione in cui tengono Isa (e, se è per questo, anche la Vergine), quando è noto che l'ebreo considera il Messia dei cristiani e dei musulmani null'altro che il figlio di una prostituta.
Ciò nonostante, il dialogo tra giudaismo e cristianesimo non trova alcun ostacolo. C'è addirittura chi farnetica di radici giudeo-cristiane dell'Europa. Due pesi e due misure. E sorvolo la sottigliezza, ancora di Samir, circa il «prossimo» evangelico ed il «vicino» (jâr, in arabo) dei 138.
E taccio anche dell'irrispettosa sesta nota del suo articolo (nella quale afferma che i dotti in questione "non si sono accorti che i punti citati dal papa sono 4 e non 3). Ne taccio perché, secondo me, è più che legittimo parlar di "'conoscenza obiettiva della religione dell'altro' [ottenuta] attraverso 'la condivisione dell'esperienza religiosa'". Conoscere significa amare ed amare significa conoscere. Detto altrimenti, si può odiare solo ciò che non si conosce (non a caso il conoscere biblico equivalendo ad amare).
Infine vien da chiedergli che cosa ne pensa, il gesuita, di un dialogo scaturito da un discorso (quello di Ratisbona) prematuramente bocciato, a fronte di un discorso addirittura abortito (quello della Sapienza), che ha sancito l'assenza di dialogo tra la cosiddetta «scienza» e la Chiesa. E pensare che Samir chiude il suo pistolotto con la frase "Non si può dire quindi che questa lettera abbia mosso il mondo islamico". Torniamo a Ratisbona. Di questo discorso voglio citarti il passo seguente.
Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E, di fatto, chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene.
In questo quadro, non dev'essere casuale l'assonanza fra «triste» e «tristo».
La Pace sia con te.
Asno
P.S. Come ti dicevo, riparleremo, se Dio vuole, delle questioni dogmatiche (a rigor di termini, propriamente sovrarazionali), perché solo su quelle cristiani e musulmani - a mio povero parere - divergono. Sulle questioni razionali l'intesa può esser ampia, se è vero quanto dice ancora Samir nella sua conclusione. "Bisogna affermare che l’uomo è anteriore alla religione: rispettare l’uomo viene prima del rispetto della religione. É questo l’approccio cristiano. [...] Insomma, il fondamento di tutto non è la religione, ma la ragione umana che è ciò che è comune a tutti gli esseri umani". A me pare vagamente blasfemo, ma temo di non avere alcun diritto di dirlo.
Né ho il diritto di giudicare un po' comica l'allusione finale al sacrificio di Isacco, con la quale Samir giustifica la preminenza delle opere sulla fede (in un contesto pieno di «diritti umani», «non violenza» e «rispetto della vita»). Te l'immagini un telefono azzurro veterotestamentario?